Gatta Cenerentola, echi di Dylan Dog e atmosfera alla Blade Runner per il film d’animazione che lascia il segno

Può la scarpetta di Cenerentola sciogliersi in un crogiuolo di cocaina? Nel film d’animazione, italianissimo, Gatta Cenerentola, questo ed altro. Tra cui: venature pulsanti di brani musicali cantati in scena; sangue e violenza delle eterne faide criminali; un immaginario visivo da manga giapponesi; una Napoli sospesa nel tempo, contraddittoria e bifronte, che sembra vera. L’opera diretta dal quartetto Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansonepassata nella sezione Orizzonti al festival di Venezia 74 – è uno di quei titoli inattesi e sorprendenti che lasciano il segno.

Cinema d’intrattenimento che scosta qualsivoglia intellettualismo accigliato, disegno animato virtuoso e futuristico che scaccia le nebbie sicure di porti del tratto nostrani, ritmo e sguardo maturo che spingono più l’adulto che il bimbo ad entrare in sala. Poca Disney e molto Giambattista Basile in questa riduzione malavitosa (e con “ammore”) della fiaba dell’apparente sciatta sorellastra che subisce le angherie delle donne di casa propria dentro l’immensa nave Megaride. Cuffiette per l’iPod e look emo, la muta Mia, figlia dell’armatore Vittorio Basile, illuso scienziato sognatore di una Napoli all’avanguardia, cresce tra le grinfie della matrigna che il padre, prima di essere platealmente ucciso dalla gang dello spietato criminale crooner Lo Giusto, aveva sposato.

Alla soglia della maggiore età, e dopo aver fatto parte di un team di ciniche prostitute da grilletto e pugnale facile, Mia diventa oggetto bramato da Lo Giusto. Solo Gemito, un poliziotto con la rassicurante voce di Alessandro Gassman, prima guardia del corpo di Basile poi infiltrato tra i contrabbandieri del mare ma dedito alla causa di incastrare Lo Giusto, potrà salvare Mia da un tragico destino. Attorno e addosso ai personaggi il set collodian/felliniano della nave Megaride: spazio inizialmente votato al Polo della scienza e della memoria ideato da Nobile per rilanciare Napoli, poi diventato luogo malfamato abitato da sorellastre e matrigna con tanto di squallido night club, infine attracco concreto per lo sviluppo della conquista dell’attività criminale dell’intero golfo partenopeo da parte di Lo Giusto.

Gatta Cenerentola si adagia su un fondale fluttuante ologrammi, atmosfera decadente alla Blade Runner (si vedano gli zeppelin in cielo), dove la staticità di una nave alla deriva sembra apparentemente bloccare lo scorrimento del tempo, mentre lo script corre veloce per accelerare i battiti di una versione cinematografica voluttuosa e criminale, tumultuosa e crudele del mito fiabesco. Tra questi personaggi rigonfi di dettagli e richiami di genere il racconto sembra essere sempre vissuto fin dagli albori dell’animazione, con evidenti echi fumettari (Dylan Dog), e l’energica quota antropologico-geografica di una Napoli che si dibatte tra eterno futuro di rinascita e l’infinito agire con aplomb smaccatamente dandy della criminalità organizzata. La fiaba regge degnamente ai ritocchi, anzi ai cospicui cambiamenti di senso, apportati dai quattro registi/autori, rigenerandosi come in una vasca figurativa alla Cocoon. I doppiatori (citiamo su tutti Massimiliano Gallo e Renato Carpentieri) non accavallano la propria presunzione egotica con missione ed equilibri di scrittura; mentre lo score di Antonio Fresa e Luigi Scialdone classicheggia con raffinatezza e costrutto senza mai eccedere nelle finte sperimentazioni trash. Producono Mad Entertainment, Big Sur, Skydancers e Rai Cinema. Rak è stato il regista de L’arte della felicità.

L’articolo Gatta Cenerentola, echi di Dylan Dog e atmosfera alla Blade Runner per il film d’animazione che lascia il segno proviene da Il Fatto Quotidiano.